Riccobene Lina – La parola in vetrina

Eranova Bancheri Editrice 2006 – pag.144 € 20,00

L’ultima fatica di Lina Riccobene “La parola in vetrina” comprende tre sillogi, di tematica differente, ed ognuna prefata da un critico diverso. Da ciò il titolo dell’opera, con il quale si vuole evidenziare l’esposizione della parola nella sua specifica funzione ed importanza, raffrontandola a più motivazioni: concettuali, emotive, tecniche. Da parte dell’autrice può senz’altro significare un’apertura totale verso il lettore.

La prima silloge “Polvere di attese”, prefata da Marco Scalabrino, propone un poemetto che descrive un rapporto d’amore, una storia iniziata ai tempi della fanciullezza e protrattasi per la vita. A collegare il componimento vi è la polvere (parola dai vari significati), che nel contesto vuole rivelare la patina del tempo, il fluire degli eventi; quel velo che avvolge a volte la coscienza o che addirittura insidia il ricordo per cancellare o lenire la sofferenza. La resa poetica in tal senso è molto alta. Il riprendere continuamente questo rapporto nello scorrere dell’esistenza, crea uno spartito fonico ricco di sonorità, legato da un motivo conduttore.

Per questa storia d’amore, la Riccobene ha costruito un lessico speciale, con il quale equilibra le sensazioni e nello stesso tempo ritrae scenicamente gli eventi. Ed è una storia, che pure nelle vicissitudini del destino, rasenta la fiaba: un amore che il tempo non è riuscito a scalfire, nonostante le varie interferenze esterne, le invidie, i pettegolezzi, e quant’altro. In questi versi scorre la vita dell’autrice, che nei ricordi d’infanzia acquista un gran valore: “Dimentico della polvere/ rovescia acqua sulla schiena/ il birbante / per rizzarle i seni/ e lasciarvi impronte di baci. /Ciò che desidera/ colma la bambina. /Vogliono solo invecchiare insieme.” In ogni modo, in tutta la silloge aleggia pure un sottotono. C’è un malessere sotterraneo. La parola a volte retrocede e si chiude, rendendo il significato un po’ oscuro. Vi sono perciò sprazzi di luce ed angoli bui, ma è proprio questo alternarsi che coinvolge il lettore e lo rende partecipe dei vari impulsi emotivi, psicologici e poetici.

Francesco Piscopo introduce la seconda raccolta “Riverberi e chimere”. In questo lavoro la Riccobene elabora un dettato pregnante e concettuale attraverso un’espressione stilistica oltremodo ricercata, che amplia maggiormente la sua poetica. Anche il discorso si estende ad una visione universale. Nel contesto, lo scorrere degli accadimenti s’ interseca con le relative emozioni divenendo un cammino complesso, nel quale si ammassano le problematiche psicologiche, le esperienze personali e storiche. Anche quando il testo risulta autobiografico, si apre comunque ad altro: un orizzonte comune dove ognuno può accedere. Il contenuto a volte è molto forte ed esprime soprattutto una grande sensibilità: sentimenti repressi che esplodono, angosce e passioni, ma anche momenti luminosi ed appaganti. Sembra che la poetessa attraverso la sua personale introspezione, la propria analisi esistenziale, la maturità – frutto di molte battaglie sofferte e vinte – voglia aiutare gli altri a trovare un possibile equilibrio positivo.

Anche in questa silloge la Riccobene si perde ogni tanto nel ricordo, nel tempo dell’infanzia e della giovinezza; forse per lei il periodo più significativo. Il dettato allora assume toni onirici, colmi di battiti e di colore, ma anche cenni nostalgici e malinconici. Non mancano neppure tracce d’erotismo, di passione carnale, ma non scadono mai nella volgarità, anzi, sono pervase di lirismo. Non poteva essere altrimenti, perché con questo lavoro Lina Riccobene ha voluto fornire al lettore tutto il necessario per indurlo a comprendere il suo viaggio esistenziale, ed il risultato è veramente notevole.

La terza silloge “Dai fiori del bene” è prefata da Barbara Amodio, e prima del testo critico vi sono due finestre speculari, ma di significato opposto: “I fiori del male” di Baudelaire e “Dai fiori del bene” della Riccobene, che simboleggiano “corrispondenze & missive flo-reali e contrap-poste”. Da questo si deduce che la tematica è rivolta al mondo floreale. Leggendo poi il testo della Amodio, già bravissima e nota attrice qui in veste di critico, si riesce a captare la corrispondenza tra i fiori di Baudelaire e quelli della Riccobene. I fiori, infatti, diventano il pretesto per una profonda disquisizione filosofica che, rapportata al pensiero di Baudelaire, rileva la differenza tra la cupezza del sentire di questi e la ricerca del bello e della luce della Riccobene. Il contenuto della raccolta è perciò comprensibilmente intriso di metafore e di allusioni.  ““Ad ogni fiore “corrisponde” una missiva ideale””, come ben sottolinea la Amodio. Per ogni fiore la poetessa intreccia innumerevoli significati, creando delle immagini vivide e colorate e provocando un groviglio di sensazioni.

In questo scritto l’immaginazione ha un ruolo importante. Anche se a prima vista potrebbe sembrare un testo semplice, in verità può senz’altro essere il più complesso del libro, proprio per il lavoro continuo di trasfigurazione metaforica, di simbolismi e nuove prospettive concettuali. In vetrina ci sono superbi omaggi floreali, che evidenziano la fulgida bellezza creata da  madre natura, ma nel contempo  esaltano la bellezza della parte spirituale dell’uomo, la capacità di agire mirando ad una certa estetica. Inoltre, identificano la giovinezza, la figura femminile ed altre svariate motivazioni.

Ci sarebbe ancora molto da dire su quest’ultimo interessante lavoro della Riccobene, con il quale ha di certo consolidato la sua già qualificata poetica. Un libro da gustare in silenzio per accoglierlo nella sua corposità e completezza. Si può solo consigliarne la lettura.  Anche la copertina è opera sua: una raffinata elaborazione grafica.   

La nuova Tribuna Letteraria – 2006