Selvaggi Leonardo – Il mio esilio
Nuova Impronta Edizioni 2009 – Pagg. 52 € 12,00

Leonardo Selvaggi, molto noto nell’ambito della vita poetica e culturale, si evidenzia per la sua personalità poliedrica e per una copiosa produzione. Accostandosi a Il mio esilio, il suo ultimo lavoro, si è subito travolti dall’impeto della sua scrittura: un fiume di pensiero che scorre irrefrenabile e che manifesta una mente fervida, una necessità di esprimersi. Anche la struttura di ampio respiro denota tale urgenza.
Il tema prevalente è l’ambiente torinese nel quale Selvaggi ha dovuto trascorrere gran parte della sua vita, lontano dall’amata terra natia; il poeta ci dona delle immagini intense della città di Torino, dove si sento solo tra il “ginepraio della folla scomposta”. La sua solitudine però è motivo di forza. Si sente diverso ma senz’altro più autentico e libero nello spirito, e dal contrasto tra Torino e la Basilicata trae continue riflessioni e considerazioni. Torino rappresenta il negativo, quasi una città senz’anima, senza dubbio un luogo che nel tempo si è imbruttito, ancor più oggi con la globalizzazione: “Scorre la tanta melma dei nuovi arrivati, / come allagata la città non si riconosce. / Le strade invasate da fameliche cavallette, / persone e cose merce uniforme, / baratti di tutti i tipi. Passaggio / di altre forme, intricate mutazioni.”. Tuttavia, un territorio che gli ha dato anche molte soddisfazioni e al quale si sente legato, suo malgrado, da un sentimento conflittuale, quasi amore/odio; in ogni caso vive delle sensazioni intense.
La sua terra rappresenta il sogno, e la grande nostalgia per i luoghi dell’infanzia e le persone lasciate gli procura una costante malinconia; il suo ricordo è inalterato, tanto che il pensiero diventa emozione reale, fisica, nell’approdare nella casa d’origine, nel ritrovare i suoi cari, nell’ammirare le meraviglie del paesaggio, nel rivivere gli anni giovanili.
Anche l’aspetto delle persone è diverso. A Torino ci sono “Tipi longilinei piallati secondo un modello / escono da una catena di montaggio. / Il corpo risponde pronto / agli elementari atti stilizzati / e non c’è introspezione / né l’antitesi con se stessi.”, mentre nella sua terra vi sono fisici rudi ma armoniosi “ossificati all’intemperie”.
In questo suo ultimo lavoro Selvaggi ha srotolato la matassa della sua vita tramite l’esperienza degli anni passati e senza mai scadere nel pessimismo, anzi, accettando la sua condizione di esule ed essendo anche riconoscente verso la città che l’ha ospitato. Ora che l’età è avanzata può pensare al passato come “una lunga primavera”: “La leggenda della vita / sta per finire, i giorni si sono fatti / sottili. Il loro tessuto si è sbrindellato, / i fili consunti, lacerazioni / polvere, dentro pezzi / rilucenti di seta vi sono tutti i fatti / avuti, le illusioni che brillavano / come oro, tutto luce / di felicità in ogni momento.”. E Selvaggi ci lascia con un messagio universale, aperto all’amore e alla comunione: “Si annidano dentro/ di noi ricchezze che farebbero nuovo / il mondo delle persone. I principi / che tanto calore detengono immettono / fiamme di vita, benessere totale come flussi / di felice comunione / con quello che è vicino a noi.”.
Con Il mio esilio Selvaggi ha aggiunto un’ulteriore tessera al suo prezioso mosaico.
POMEZIA NOTIZIE – 1-2010