Selvaggi Leonardo – La terra tutta ci prende
IL CROCO – I quaderni letterari di POMEZIA-NOTIZIE

Già dalla prima lirica della raccolta “La terra tutta ci prende” di Leonardo Selvaggi, ci si rende conto dell’impetuosità del suo verso (mai uno stacco, un momento di respiro), e della drammaticità del contenuto. La silloge, infatti, tratta della situazione catastrofica che si va delineando per l’avvenire del mondo, ma che per certi versi è già una realtà; Selvaggi entra a capofitto in quest’atmosfera apocalittica ed il contenuto delle venti liriche che la compongono è così forte, crudo e pregnante, che non si può fare a meno di rabbrividire. In qualche punto ricorda l’angoscia delle anime dei gironi infernali, alla ricerca continua e vana di un momento di pace, ma le immagini sono ancora più aspre: “Il muso infossato a frugare, / ricercando fra i resti/ per satollare lo stomaco, /sacco ingordo di frattaglie./ Pezzi di rottami, terra/ e vene di sangue, una mescolanza/ nei tempi confusi ammassati/ senza forme, detriti, rudi croste.”
All’inizio si può pensare che la sensibilità del poeta lo porti ad esagerare sulla situazione attuale, ma addentrandosi verso dopo verso nella disquisizione delle varie problematiche, e nelle scene devastanti che si aprono come voragini, si capisce che forse la verità è proprio desolante. L’uomo ha perso il contatto con la propria coscienza, ha perso la socialità che lo distingueva: “Ci troviamo in un altro mondo/ sbalzati, tutto fuori/ scorre alla rovescia. / Non ci si vede, i volti guardano diverso.”; cosicché “La fugacità della vita, avidità e violenza/ per strappare quanto più è possibile. /Il volto si è incrostato, / un istinto amaro che non s’acquieta, salta addosso…”.
I segni apocalittici poi sono sempre più evidenti: guerre, carestie, terremoti, catastrofi naturali ecc., ma l’angoscia più grande è la distruzione del biosistema. Selvaggi, che ama intensamente la terra quale grembo dove l’uomo dovrebbe vivere in simbiosi: “Dormi con la luna, una copertura sul viso, / le membra sulla terra…”, non può fare a meno di gridare la sua rabbia, che poi non è altro che l’altra faccia del dolore; un malessere esistenziale che neanche la fede può lenire.
In ogni modo, ogni tanto si apre uno spiraglio di luce che porta ancora a sperare: sono i momenti nei quali il poeta riconosce i valori dell’animo umano, i grandi ideali che hanno creato un pensiero illuminato e la storia stessa. Nel complesso però prevale la desolazione, che coinvolge il lettore in una spirale d’inquietudine.
POMEZIA NOTIZIE – 10-2004